mercoledì 15 aprile 2026

La Resa dei Conti, parte 2

 

Florin osservò il suo compagno monaco trotterellare quei pochi metri che separavano le due delegazioni al lato del campo di battaglia per tornare ad unirsi a loro. Zang aveva passato alcuni minuti impegnato in una fitta conversazione con l’altezzosa sacerdotessa huleana, la quale aveva reagito mostrando qualche crepa nell’estremo contegno avuto fin’ora. La curiosità di cosa si fossero detti, rodeva il bardo. In parte perché l’ochaleano aveva dimostrato più di una volta di non essere proprio un affabulatore, ma soprattutto perché Florin considerava il suo ruolo naturale tra i suoi compagni quello di ammaliatore di donzelle.
Gli altri avevano a malapena riservato alla questione la loro attenzione, quanto fossero presi dagli eventi del duello. Aleksiev continuava a fissare concentrato le due figure combattere, quasi le stesse manovrando con la mente; Frollo percorreva nervosamente avanti e indietro pochi metri andando incontro al campo di forza, sussurrando a bassa voce preghiere ai suoi immortali talmente rapide da sembrare dei mantra; Dmitri a braccia incrociate osservava il dipanarsi degli eventi, inconsapevole di avere la stessa espressione di insofferenza che aveva la sacerdotessa poco prima. 
Tra i due combattenti nel frattempo si era stabilito un certo ritmo regolare negli scambi. Stefano si era messo più sulla difensiva. Aspettava il momento buono per infilare qualche buon colpo e poi si ritirava cercando di evitare gli attacchi del cugino. La strategia funzionava fino ad un inesorabile momento in cui né la magia druidica che lo proteggeva, né l'esperienza, né l'abilità erano più sufficienti ad evitare le asciate di Von Hendriks. Allora, il colpo scendeva terribile, lasciandolo senza fiato. L’Aquila Nera a quel punto insultava e cantava vittoria. Il re lo provocava con qualche breve frase e approfittava degli sproloqui del cugino per recuperare le forze. E il balletto ricominciava. 
Tuttavia era chiaro, anche ad un occhio abituato più alle tavolate che ai campi di battaglia come quello di Florin, che non sarebbe potuto andare avanti per molto. Come se non bastasse la fatica intrinseca di combattere per tutto quel tempo, la calura estiva, dovuta al sole a picco sopra di loro, stava visibilmente fiaccando il re. Florin aveva avuto caldo solo a vedere la vestizione del re qualche ora prima. Poteva solo immaginare cosa stesse sopportando Stefano. Abbastanza stranamente, Kara Kartal non sembrava essere influenzato da tutto ciò. Che anche la scelta del luogo e dell’orario del duello sia volute per sfoggiare un altro sconosciuto asso nella manica?
Florin cerco conferme parlandone col suo compagno mezzuomo. Frollo ci mise un attimo per rispondere, come se uscisse da una sorta di trance dovuta all’eccesso di preghiere. Poteva suppore che l’armatura - la maledetta armatura - che gli huleani avevano fornito a Von Hendriks lo schermasse anche dal calore. Tuttavia, rassicurò l’amico, la situazione non era così grave come poteva sembrare. Stefano metteva a segno molti più colpi di quanti ne ricevesse dal cugino, molti dei quali in punti vulnerabili e in profondità. L’Aquila Nera stava in piedi solo grazie alla sua sovrannaturale resistenza. “Resistenza che il re non possiede”. Pensò Florin, mentre davanti a lui si svolgeva un’altra iterazione della danza tra i due rivali. 
Von Hendriks riuscì a superare le difese di Stefano, portando un terribile fendente laterale sul fianco dell’armatura dell’avversario. L’impatto fu talmente violento da produrre delle scintille nel punto in cui l'ascia incontrò l'armatura e Stefano si trovò sbalzato di qualche passo e col corpo in torsione. Per evitare di perdere del tutto l’equilibrio, fu costretto a poggiare il ginocchio destro a terra. Questa volta, rompendo l’appena consolidata tradizione, Von Hendriks non si perse in dileggi e incalzò subito, calando un ampissimo fendente dall'alto verso il basso. D’istinto Stefano parò all’ultimo momento, interponendo la spada. Ma il cugino non intendeva fermarsi. Aveva fiutato la vulnerabilità dell’odiato parente e puntava a chiudere il duello. Uno, due, tre. I colpi si accumulavano sopra la testa del re, che sembrava incapace di reagire. Colpo dopo colpo i movimenti dello scudo e della spada si facevano più goffi, più erratici. Lo sfinimento di Stefano era ormai quasi palpabile, concreto. Le energie erano finite. Se c’era qualcosa che teneva ancora in piedi il re di Karameikos poteva solo essere la sua forza di volontà. 
Von Hendriks, più di tutti, doveva essere arrivato alla stessa conclusione, tant’è che fece qualche passo indietro, coma ad ammirare il cugino, in ginocchio ansimante.
“Il grande Stefano Karameikos! Il re! Eccolo. In ginocchio.” disse sprezzante, abbandonando teatralmente la postura difensiva per allargare le braccia verso gli astanti. A quel punto, la spada di Stefano pendeva preoccupantemente sempre di più verso il basso. “Come sarebbe sempre dovuto essere!” concluse Von Hendriks caricando l'ascia alta davanti a sé, mettendo tutto il suo peso nel colpo.
La sagoma del re ebbe un sussulto. La presa sulla spada riprese vigore, piantandola in terra. Facendo perno su di essa, Stefano scartò di lato, e allargò il braccio sinistro a cui aveva legato lo scudo. Quando il corpo del cugino piombò nella posizione dove sarebbe dovuto essere, lo afferrò con la mano dello scudo sbilanciandolo. Von Hendriks, senza ormai controllo ed equilibrio, ruzzolò rovinosamente in avanti, perdendo la presa sulla sua ascia. 
L’Aquila Nera, supino a terra, colpì con entrambi i pugni il terreno in frustrazione, lasciandosi andare ad un urlo rabbioso. Si girò su sé stesso in cerca dell’ascia e pronto a rialzarsi. Ma Stefano era già su di lui, tenendosi il fianco con una mano e puntandogli la spada al collo.
“Hai sempre parlato troppo”. disse il re, mentre con la minaccia della lama obbligava il petto di Von Hendriks a rimanere incollato al suolo. 
Rimase tutto sospeso. Nessuno osava profferire parola. Il tempo sembrò dilatarsi. 
Infine Kara Kartal parlò. Aleksiev, che era stato il più attento degli astanti, capì subito che non si trattava di una concessione. Fiamme si sprigionarono da Von Hendriks, talmente veloci e guizzanti da colmare quasi tutto lo spazio coperto dal campo di forza. Le lingue di fuoco frustavano il muro invisibile, trasmettendo una sensazione di incandescente violenza. 
Il terribile spettacolo non durò che qualche secondo. Così come erano apparse le fiamme si ritrassero, lasciando tutta un’altra scena. Stefano era a terra, ad alcuni passi da dove era prima. L’armatura annerita. La testa nell’elmo dondolante. Ludwig Von Hendriks, l’Aquila Nera, Kara Kartal, in piedi, maneggiando l’ascia appena recuperata. Accanto a lui un’umanoide dalle forme femminili, alta quanto un ogre, dalla pelle rossa come la lava, le vesti eburnee e incandescenti. 
“Credo sia il momento in cui tu conceda, cugino.” Disse Ludwig togliendosi della terra e dell’erba dallo scudo. “Ma so che sei un tipo orgoglioso. Ti aiuto io.”

Nessun commento: