Non era il primo duello a cui Florin Raducioiu assisteva. Che fossero due cavalieri durante un torneo per i favori di una dama o due gaglioffi che avevano alzato troppo il gomito, e la presunzione, in una delle tante tavernacce del Mondo Conosciuto, non sarebbero bastate le sue dita e quelle dei suoi compagni per contare le volte che si era trovato di fronte a due persone pronte a darsela di santa ragione. Ma anche con tutta questa esperienza, o forse proprio in virtù di essa, il bardo darine si rendeva conto di trovarsi davanti ad uno scontro più unico che raro. Davanti a lui, stavano muovendo i primi passi circolari, studiandosi, il da poco re di Karameikos, Stefano, e il famigerato ex-barone dell’Aquila Nera, Ludwig Hendriks.
La storia tra i due, nel regno, la conoscevano anche i sassi. Ludwig, come altri nobili thyatiani, seguì il cugino Stefano quando questi scambiò il suo ducato ancestrale per una terra da poter plasmare in autonomia. Per più di tre decenni Von Hendriks governò con pugno di ferro la sua baronia. Alla capitale, e a Stefano, arrivavano spesso voci inquietanti, ma l’allora duca era restio ad accusare il cugino. Le sue rare visite non rilevavano altro che un territorio pericoloso e difficile da governare, infestato da banditi e goblinoidi. Fu durante i recenti eventi della guerra del Gran Demone che venne fuori la verità su Von Hendriks. Il barone era in combutta da anni con l’Anello di Ferro, un’efferata organizzazione di schiavisti e impiegava le tribù goblinoidi come squadre punitive. Von Hendriks bramava terra, potere e gloria a scapito di chiunque, ma soprattutto del cugino. Quando l’ordine venne ristabilito a Karameikos, ormai smascherato, Ludwig fuggì per evitare la giustizia dell’allora duca. Ed ora eccolo qua, arruolato come generale dall’esercito del Sovrano a minacciare una volta ancora il regno, questa volta dall’esterno.
Dato tutto ciò Florin non poté fare a meno di pensare che questo duello fosse l’inevitabile conseguenza di tutti quegli eventi. L’ultima tessera di domino di una lunga fila. Un destino scolpito nelle sale empiree, che forse nemmeno gli immortali potevano cambiare. E sì che lui e i suoi compagni ci avevano provato a tenere Stefano fuori da tutto ciò. L’invasione huleana era già un enorme problema senza doverci aggiungere perdere uno dei sovrani dell’alleanza a difesa di Darokin. Ma Aleksiev l’aveva detto subito: “Una volta che mio padre saprà della proposta di risolvere lo stallo dalle nostre forze con un duello, non saprà dire di no”. E così fu.
Il principe… eccolo lì, a qualche metro da lui, con un piede su una roccia, a caricarsi la pippa e guardare il duello tra due suoi famigliari con il suo solito distacco. Florin sapeva che era solo una posa. Chissà quali tormenti lo affliggevano a vedere quello spettacolo. Provò a immaginarsi nella stessa situazione di Aleksiev, ma l’idea di suo padre Sandor affrontare il cugino in duello aveva qualcosa tra il comico e il grottesco. Probabilmente avrebbe liberato i cani e sarebbe andato a controllare lo spiedo. La cosa lo fece ridacchiare. Frollo accanto a lui, dall’altro lato di Aleksiev, lo notò e lo guardò per un attimo alzando il sopracciglio. Poi il mezzuomo tornò ad osservare lo scontro. Stringeva e allentava la presa sul suo fido spadino nella fodera. Frollo avrebbe voluto essere lì, al posto di Stefano. Più distanti c’erano gli altri due loro compagni. Anche loro rapiti dallo scontro. Dmitri, il druido ambasciatore, assisteva contrariato. Il volto di chi è costretto a guardare qualcosa di inevitabile e volgare. Più di tutti si era opposto, considerando la scelta di accettare il duello stupida e controproducente. Poco più avanti, il monaco ochaleano Zang Fu, sembrava impassibile, ma anche lui condivideva le idee dell’amico. Dall’altro lato del campo della contesa, insofferente, appariva l’enigmatica sacerdotessa di Bozdogan. Si poteva dire che anche la donna, nelle sue ricche vesti, non considerava quel che stava accadendo come qualcosa di auspicabile. Accanto a lei uno dei famigerati divinatori di Hule, ovviamente mascherato, e quattro cavalieri. La guardia personale di Kara Kartal, come chiamavano Von Hendriks gli huleani. I quattro, thyatiani dall’aspetto, assistevano con ghigni beffardi mentre sbuffavano facendosi aria appoggiati ai loro cavalli. Il sole estivo di mezzodì cadeva inesorabile su tutti loro. Nell’aria distorta dal calore si stagliavano a circa un quarto miglio il reggimento elfico loro alleato e il battaglione di nomadi del deserto e bugbear di Hule.
Il clangore del metallo sul metallo, risvegliò Florin, riportando la sua attenzione su i due contendenti. Stefano aveva aperto le danze. Con maggiore velocità aveva cominciato ad incalzare il cugino con una serie di fendenti. Uno, due colpi entrarono, prima che Ludwig riuscisse ad interporre lo scudo. La forza dell’impatto lo spinse indietro.
“Ah! Dovrai fare meglio di così cugino.” fece beffardo Von Hendriks senza nemmeno badare agli squarci provocati dai fendenti di Stefano.
Dette quindi due colpi con l’ascia allo scudo, per poi avanzare roteandola sulla propria testa. L’ascia interrompeva il proprio giro solo per essere calata sull’avversario e poi ricominciare. Ma Stefano sembrava sempre sapere dove stesse per cadere, chissà quanto per consumata esperienza e quanto per l’incantesimo di predizione di Dmitri che lo avvolgeva. Qualunque fosse il motivo, non fu sufficiente per sfuggire al feroce attacco di Ludwig. Un ultimo devastante colpo andò a segno, lasciando una visibile ferita sul fianco del re.
“Cosa ne pensi di questo dono del Sovrano, Stefano? L’ascia non è la mia arma preferita, ma questa è incantata in modo particolare.”
Stefano ebbe un attimo di sbandamento. Sembrò cedere sul ginocchio, al che Von Hendriks avanzò con l’intento di affondare un altro colpo. Il re invece si raddrizzò spazzando con un movimento circolare dello scudo l’arma del nemico, per poi lanciare una serie di fendenti al suo torso. Uno di questi s’infilò in una delle giunture della cotta. L’antica lama di famiglia strappò un grido a Von Hendriks e si ritrasse colorata del suo sangue.
“Preferisco la mia spada, che non è la mancia di nessuno.” disse Stefano. La voce leggermente affannata. La frase ebbe apparentemente maggiore effetto delle ferite su Von Hendriks. Si lanciò in avanti, con tutto il suo peso, con un urlo roco.
“Mancia? Mancia!?” disse infuriato. “Tu, che hai sempre avuto tutto servito su un piatto d’argento! Tu sempre pronto a mettermi in ombra!”. Adesso i colpi con l’ascia venivano portati in ampie arcate verticali davanti al proprio corpo. Ancora una volta Stefano le evase o deflesse, questa volta tutte.
I duellanti si scambiarono colpi per altri lunghi minuti. Stefano andava a segno molte più volte dell’avversario, ma i suoi colpi davano stranamente l’impressione di essere meno efficaci, mentre quelli di Von Hendriks, per pochi che passassero, lasciavano segni inequivocabili sulla splendida armatura del Re. L’ultimo fu un feroce fendente dall’alto che aprì un visibile squarcio sulla spalla di Stefano.
A quel punto, il re di Karameikos indietreggiò per mettere distanza tra lui e Von Hendriks, il quale ne approfittò subito per insultarlo. Frollo evidentemente doveva aver colto lo sguardo preoccupato di Florin perché, senza distogliere gli occhi dal duello, si prodigò di dirgli: “Non sta fuggendo. Sta cercando spazio.” Come se avesse aspettato le parole dell’hin per muoversi, Stefano scattò in avanti e piazzò una serie di fendenti precisi, uno dietro l’altro. Poi quando proprio sembrava che la manovra fosse conclusa, dopo una pausa più breve di un respiro, ne infilò altri ancora. Von Hendriks barcollò all’indietro. Lo scudo e l’ascia lanciati in avanti nel tentativo di bloccare gli attacchi, ma era evidente che aveva perso completamente il tempo. Ogni fendente andò a segnò. Alcuni al punto da vedere pollici di lama sparire nel corpo di Ludwig. Quando Stefano si ritrasse, spinto indietro da un ultimo disperato colpo di scudo, Kara Kartal sembrava reggersi in piedi per miracolo.
Tuttavia, l’impressione svanì subito. Von Hendriks si raddrizzò e riprese la propria postura di combattimento. “Non è ancora sufficiente, cugino. I tuoi colpi non mi fanno nulla! Mentre i miei…”
Con una carica si portò addosso al re. Questa volta l’ascia viaggiò dal basso verso l’alto. Il rumore metallico risuonò talmente forte che venne probabilmente udito anche dai soldati a distanza. Stefano evitò per miracolo altri due colpi simili, ma ora una grossa ammaccatura diagonale decorava il pettorale della sua armatura. Il cosciale era imbrattato di sangue fresco.
“Mentre i miei, non solo sono letali. Ma ognuno mi regala un po’ della forza che ti toglie.” concluse Von Hendriks. Ogni parola scandita con perfidia.
Stefano non profferì risposta. Guardava il cugino dalla fessura dell’elmo. La postura tradiva il dispendio di energie che stava presentando il conto al sovrano di Karameikos. Sembrò volgere l’elmo verso la posizione di Florin e dei suoi compagni. Il re strinse visibilmente con più forza l’elsa della spada e la batté sullo scudo.
Florin non ne aveva la certezza, ma gli sembrava che sotto quel metallo Stefano stesse sogghignando.

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