lunedì 28 settembre 2026

C’è un nuovo Duca in città! (Karameikos in Fiamme, parte 3)

 

Data di gioco: 20 Yarthmont [5] 1003 DI - 23 Yarthmont [5] 1003 DI

Data reale: Marzo 2014 -  Maggio 2014

Fonte: creazione del GM

Formazioni: 6.2

Antefatto: persa Luln e vista ineluttabilmente dipanarsi davanti ai loro occhi la profezia del biondo nano, costata la vita al vecchio compagno Martius, i nostri eroi si ritrovano ancora con un granducato in subbuglio e troppe domande.

Motivazione: trovare a abbastanza risposte da poter formulare un piano per rimettere le cose a posto per quanto possibile. 

Svolgimento: la mattina dopo l’infausta battaglia, i nostri sono a rimuginare sul da farsi quando gli si riavvicina il bizzarro straniero armato d’alabarda che contribuì a difendere i feriti nel tempio la notte precedente. L’uomo, molto prestante fisicamente, con la testa rasata e indosso una modesta tunica colorata, si presenta come Zang Fu, monaco errante proveniente dalla lontana Ochalea. Il monaco sta intraprendendo un viaggio di scoperta filosofica e, dati gli evidenti pericoli, preferirebbe non continuare il suo peregrinare in solitaria. Aleksiev lo mette in guardia che seguire loro non sarà meno pericoloso, ma lo straniero è più interessato all’esperienza di viaggio in gruppo. La formazione passa quindi alla 6.2.

Acquisito questo “insperato” compagno di viaggio dopo l’abbandono di Massimo, il gruppo decide di prendere il toro per le corna e tornare a Specularum per iniziare a cominciare a capirci qualcosa. Per sicurezza, Aleksiev teleporta tutti alla cieca nella locanda di famiglia di Frollo, che è proprio sulla piazza del castello. La locanda è chiusa e in condizioni pessime: porte e finestre sbarrate da assi di legno inchiodate, mobilia e suppellettili ribaltate e distrutte, cibarie sparse e marcite, animali e insetti dovunque. Evidenti segni di abbandono conseguenti alla fuga della famiglia Grandepiatto. All’esterno la situazione è ancora più deprimente. Florin si concede un lunga sbirciata tra le assi e inquadra una lunga fila di teste infilzate su picche esposte tra le merlature del castello.

Per non sapere nè leggere nè scrivere, allora fischiano, usando il richiamo della tortorella di Scintilla. Il Re dei Ladri si presenta la notte stessa, portandogli brutte notizie. Dopo la loro fuga, il Duca ha aumentato considerevolmente la sorveglianza al castello, impiegando anche dei maghi della gilda. L’unico che potrebbe aiutarli è il castellano Garnelios (Che non è Cordelius, il ministro. Sì, lo so…). 

Dopo un’ulteriore giornata rinchiusi nella locanda, passata principalmente a fare conoscenza col nuovo arrivato - io non ne ho memoria, ma devono aver esaurito tutte le loro più singolari curiosità durante quelle ore, poiché da lì in poi non saranno rivolte più domande personali a Zang - Scintilla si presenta con dei vestiti logori. I  PG dovranno indossarli e sarà poi un ragazzino traladarano a trascinarli per il più malfamato sobborgo di Specularum, il Nido, per l’incontro col castellano.

Durante il percorso, i nostri eroi s’imbattono in una pattuglia di quei fanatici dei Figli di Halav intenti a malmenare un poveraccio. Seguendo una lunga tradizione di non interferenza quando non c’è nulla da guadagnare, i più fanno per tirare dritto, ma il monaco e il nano, che sono improvvidamente usciti di casa con una coscienza, decidono di intervenire. Zang riesce astutamente a risolvere la questione con una specie di mossa Kansas City (che a Mystara sarà…boh! La mossa Darokin City?): finge di picchiare ancora di più il poveraccio, estromettendo i Figli di Halav, per poi lasciarselo scappare. 

Terminato il simpatico intermezzo, i nostri eroi arrivano ad una delle peggiori taverne di Specularum. Lì, un Garnelios in incognito, li mette al corrente sia di avvenimenti passati che più recenti. Fornisce maggiori dettagli su tutto ciò che gli raccontò Cordelius e conferma di non avere idea di che fine abbiano fatto sia Teldon che Alexius Korrigan, dopo aver aiutato la duchessa e il resto della famiglia a fuggire. Le teste infilzate sulle picche al castello sono tutte quelle degli uomini dell’ex-ministro Cordelius, il quale è previsto subirà la medesima sorte. Inoltre al castello è tenuta anche ostaggio la figlia del barone di Vorloi, lady Marianna, per garantirsi la lealtà del potente padre. Gli conferma purtroppo anche quanto detto da Scintilla, la sorveglianza al castello è diventata strettissima. Il massimo che potrà fare per loro sarà creare un diversivo, se necessario.

Con queste nuove informazioni le 5 teste più la gemma di Occhio del Vortice si spremono per una giornata intera, vagliando tutto il vagliabile, per poi giungere ad una conclusione unanime: sfruttare il diversivo del castellano per infiltrarsi nel castello e liberare con un blitz Cordelius e lady Marianna. Così la notte successiva, dopo aver attivato Garnelios, tutto è pronto. Allo scattare del diversivo, Dwalic evoca degli spiritelli della Terra che trasportano sotterraneamente il gruppo nella vecchia magione diroccata dei Marilenev all’interno delle mura del castello. Gli spiritelli vengono inviati a fare trambusto in altre zone del castello, mentre i PG raccolgono tutto ciò che è infiammabile e appiccano un fuoco che rapidamente si spande per la magione in rovina. Approfittando del caos conseguente, il gruppo accede al castello dalle stalle e comincia prontamente la ricerca dei due prigionieri. Tuttavia, Aleksiev scopre immediatamente che le scale del castello sono tempestate di sigilli di protezione. Avanzare diventa ben presto un complicato gioco di dama, tra protezioni magiche, guardie e novizi della gilda dei maghi. Uno dei passaggi evidentemente allerta il duca Stefano che si presenta a confrontare personalmente i PG con un nutrito gruppo di guardie. Aleksiev e Frollo provano a ragionare con Stefano, chiedendogli conto dello stato del regno e di molte delle sue azioni. Il Duca, sprezzante e paranoico, non cede di un millimetro e ribatte con la sua versione dei fatti, insistendo nel conoscere l’identità di chi li ha aiutati a fuggire. Aleksiev nega di sapere chi sia stato e chiede al padre un atto di fiducia: riporre le armi e parlarne con calma il giorno dopo. Stefano, senza smettere di sembrare severo e distante, accetta e dice al gruppo di trovarsi una stanza. Scelgono quella di Valen, fratello di Aleksiev, dove passeranno la notte con gli occhi sbarrati.

Al sopraggiungere della mattina, i nostri eroi vengono convocati a colazione dal Duca. La tavola è riccamente imbandita di cibi e bevande. Una tentazione, dopo le dure giornate passate, ma non sufficiente a guadagnarsi la fiducia del gruppo che finge attentamente di bere. Il sospetto risulta corretto, ma leggermente fuori fuoco. Dopo una decina di minuti cominciano tutti a sentirsi soffocare, eccetto Frollo (il quale è immune per un ben preciso motivo). Stefano, però non se ne rende conto, e pensando di aver sbrigato la pratica, si allontana dalla sala con un ghigno beffardo.

Dopo qualche istante di disorientamento, si scatena il parapiglia. L’immune Frollo e il soffocante Zang si lanciano all’inseguimento del duca Stefano; il nano Dwalic potrebbe curare il veleno con le proprie preghiere magiche ma il soffocamento gli impedisce di vocalizzare; Aleksiev non si perde d’animo e, avendo riconosciuto il veleno, si mette a comporre un rimedio con la roba a sua disposizione. Il Duca vedendosi raggiungere da monaco e mezzuomo chiama a sé le guardie, alle quali subito dopo si aggiungono Dwalic e Florin, pronti a vender cara la pelle pur se sotto l’effetto del veleno. Lo scontro prende a svilupparsi in movimento, con Stefano che cerca di raggiungere la poco distante sala del trono. Le guardie accorse vengono messe fuori gioco abbastanza agevolmente, ma è il comportamento marziale del Duca a lasciare stupiti i PG. Prima notano come i loro attacchi non sembrino ferirlo come dovrebbero e come vedono accadere alle guardie, poi in un paio di occasioni si libera da loro prese ricoprendosi di fiamme e inoltre bersaglia anche frollo con un globo infuocato. C’è decisamente qualcosa di sospetto, ma queste sconosciute abilità concedono un netto vantaggio al duca contro i suoi avversari. Nel frattempo, Aleksiev, grazie alla sua perizia alchemica, ha prodotto due dosi di antidoto. Ne assume una, lascia l’altra a Dwalic che stava rientrando e si teletrasporta con Porta Dimensionale nella sala del trono, dove il nano lo aveva informato che stessero combattendo gli altri. Apparendo nella sala che tanto gli è famigliare, Aleksiev trova il supposto padre bloccato in una serie di parate e fendenti agili e feroci da Frollo che saetta da una parte all’altra. Senza tante cerimonie, investe Stefano con colpo di energia magica, spedendolo addosso al muro alcuni metri dietro di lui. Il corpo del duca produce un rumore sordo per poi accasciarsi tramortito a terra mentre un arazzo gli cala sopra. Nella sala sciamano tutte le restanti guardie del palazzo, cominciando ad urlare ordini di resa e richieste di spiegazioni. Aleksiev le ammutolisce con uno sguardo deciso, e perentorio dichiara: “Ora qui comando io”. Dietro di lui, per dare forza all’affermazione, e, spero, perché ormai convinto che quello non fosse veramente il Duca, Frollo impala il corpo con la sua arma attraverso l’arazzo. Le guardie esterrefatte e confuse non si muovono e chiedono ulteriori lumi, mentre Aleksiev va a sedersi solennemente sul trono.

Ma ecco che come nei migliori film horror degli anni ‘80, arriva il colpo di coda del mostro. Frollo si china per esaminare il corpo del duca quando questi da sotto l’arazzo lo afferra alla gola con una morsa ferrea.

Aleksiev a quel punto, con freddezza e prontezza di riflessi, interviene teletrasportando Stefano nel suo ex-laboratorio, ora prigione anti-magica (Non funziona così in D&D, ma in quel momento stavamo usando l’Hero System. Lo poteva fa!).

Gli animi si acquietano e la situazione si distende. Gli altri PG arrivano, curati da Dwalic che di suo si era liberato del veleno con l’antidoto del principe. Aleksiev entra subito di diritto nel suo nuovo ruolo e comincia a dispensare ordini a destra e manca:  fa tornare le guardie al proprio posto, chiede di poter parlare con lady Marianna e annulla l’esecuzione dell’ex-ministro Cordelius. Frollo, nel mezzo di quest’orgia di dirigismo, decide di andare a controllare cosa ne è del duca Stefano nella sua prigione.

Ma nella prigione non c’è il duca, bensì un demone.


mercoledì 15 aprile 2026

La Resa dei Conti, parte 2

 

Florin osservò il suo compagno monaco trotterellare quei pochi metri che separavano le due delegazioni al lato del campo di battaglia per tornare ad unirsi a loro. Zang aveva passato alcuni minuti impegnato in una fitta conversazione con l’altezzosa sacerdotessa huleana, la quale aveva reagito mostrando qualche crepa nell’estremo contegno avuto fin’ora. La curiosità di cosa si fossero detti, rodeva il bardo. In parte perché l’ochaleano aveva dimostrato più di una volta di non essere proprio un affabulatore, ma soprattutto perché Florin considerava il suo ruolo naturale tra i suoi compagni quello di ammaliatore di donzelle.
Gli altri avevano a malapena riservato alla questione la loro attenzione, quanto fossero presi dagli eventi del duello. Aleksiev continuava a fissare concentrato le due figure combattere, quasi le stesse manovrando con la mente; Frollo percorreva nervosamente avanti e indietro pochi metri andando incontro al campo di forza, sussurrando a bassa voce preghiere ai suoi immortali talmente rapide da sembrare dei mantra; Dmitri a braccia incrociate osservava il dipanarsi degli eventi, inconsapevole di avere la stessa espressione di insofferenza che aveva la sacerdotessa poco prima. 
Tra i due combattenti nel frattempo si era stabilito un certo ritmo regolare negli scambi. Stefano si era messo più sulla difensiva. Aspettava il momento buono per infilare qualche buon colpo e poi si ritirava cercando di evitare gli attacchi del cugino. La strategia funzionava fino ad un inesorabile momento in cui né la magia druidica che lo proteggeva, né l'esperienza, né l'abilità erano più sufficienti ad evitare le asciate di Von Hendriks. Allora, il colpo scendeva terribile, lasciandolo senza fiato. L’Aquila Nera a quel punto insultava e cantava vittoria. Il re lo provocava con qualche breve frase e approfittava degli sproloqui del cugino per recuperare le forze. E il balletto ricominciava. 
Tuttavia era chiaro, anche ad un occhio abituato più alle tavolate che ai campi di battaglia come quello di Florin, che non sarebbe potuto andare avanti per molto. Come se non bastasse la fatica intrinseca di combattere per tutto quel tempo, la calura estiva, dovuta al sole a picco sopra di loro, stava visibilmente fiaccando il re. Florin aveva avuto caldo solo a vedere la vestizione del re qualche ora prima. Poteva solo immaginare cosa stesse sopportando Stefano. Abbastanza stranamente, Kara Kartal non sembrava essere influenzato da tutto ciò. Che anche la scelta del luogo e dell’orario del duello sia volute per sfoggiare un altro sconosciuto asso nella manica?
Florin cerco conferme parlandone col suo compagno mezzuomo. Frollo ci mise un attimo per rispondere, come se uscisse da una sorta di trance dovuta all’eccesso di preghiere. Poteva suppore che l’armatura - la maledetta armatura - che gli huleani avevano fornito a Von Hendriks lo schermasse anche dal calore. Tuttavia, rassicurò l’amico, la situazione non era così grave come poteva sembrare. Stefano metteva a segno molti più colpi di quanti ne ricevesse dal cugino, molti dei quali in punti vulnerabili e in profondità. L’Aquila Nera stava in piedi solo grazie alla sua sovrannaturale resistenza. “Resistenza che il re non possiede”. Pensò Florin, mentre davanti a lui si svolgeva un’altra iterazione della danza tra i due rivali. 
Von Hendriks riuscì a superare le difese di Stefano, portando un terribile fendente laterale sul fianco dell’armatura dell’avversario. L’impatto fu talmente violento da produrre delle scintille nel punto in cui l'ascia incontrò l'armatura e Stefano si trovò sbalzato di qualche passo e col corpo in torsione. Per evitare di perdere del tutto l’equilibrio, fu costretto a poggiare il ginocchio destro a terra. Questa volta, rompendo l’appena consolidata tradizione, Von Hendriks non si perse in dileggi e incalzò subito, calando un ampissimo fendente dall'alto verso il basso. D’istinto Stefano parò all’ultimo momento, interponendo la spada. Ma il cugino non intendeva fermarsi. Aveva fiutato la vulnerabilità dell’odiato parente e puntava a chiudere il duello. Uno, due, tre. I colpi si accumulavano sopra la testa del re, che sembrava incapace di reagire. Colpo dopo colpo i movimenti dello scudo e della spada si facevano più goffi, più erratici. Lo sfinimento di Stefano era ormai quasi palpabile, concreto. Le energie erano finite. Se c’era qualcosa che teneva ancora in piedi il re di Karameikos poteva solo essere la sua forza di volontà. 
Von Hendriks, più di tutti, doveva essere arrivato alla stessa conclusione, tant’è che fece qualche passo indietro, coma ad ammirare il cugino, in ginocchio ansimante.
“Il grande Stefano Karameikos! Il re! Eccolo. In ginocchio.” disse sprezzante, abbandonando teatralmente la postura difensiva per allargare le braccia verso gli astanti. A quel punto, la spada di Stefano pendeva preoccupantemente sempre di più verso il basso. “Come sarebbe sempre dovuto essere!” concluse Von Hendriks caricando l'ascia alta davanti a sé, mettendo tutto il suo peso nel colpo.
La sagoma del re ebbe un sussulto. La presa sulla spada riprese vigore, piantandola in terra. Facendo perno su di essa, Stefano scartò di lato, e allargò il braccio sinistro a cui aveva legato lo scudo. Quando il corpo del cugino piombò nella posizione dove sarebbe dovuto essere, lo afferrò con la mano dello scudo sbilanciandolo. Von Hendriks, senza ormai controllo ed equilibrio, ruzzolò rovinosamente in avanti, perdendo la presa sulla sua ascia. 
L’Aquila Nera, supino a terra, colpì con entrambi i pugni il terreno in frustrazione, lasciandosi andare ad un urlo rabbioso. Si girò su sé stesso in cerca dell’ascia e pronto a rialzarsi. Ma Stefano era già su di lui, tenendosi il fianco con una mano e puntandogli la spada al collo.
“Hai sempre parlato troppo”. disse il re, mentre con la minaccia della lama obbligava il petto di Von Hendriks a rimanere incollato al suolo. 
Rimase tutto sospeso. Nessuno osava profferire parola. Il tempo sembrò dilatarsi. 
Infine Kara Kartal parlò. Aleksiev, che era stato il più attento degli astanti, capì subito che non si trattava di una concessione. Fiamme si sprigionarono da Von Hendriks, talmente veloci e guizzanti da colmare quasi tutto lo spazio coperto dal campo di forza. Le lingue di fuoco frustavano il muro invisibile, trasmettendo una sensazione di incandescente violenza. 
Il terribile spettacolo non durò che qualche secondo. Così come erano apparse le fiamme si ritrassero, lasciando tutta un’altra scena. Stefano era a terra, ad alcuni passi da dove era prima. L’armatura annerita. La testa nell’elmo dondolante. Ludwig Von Hendriks, l’Aquila Nera, Kara Kartal, in piedi, maneggiando l’ascia appena recuperata. Accanto a lui un’umanoide dalle forme femminili, alta quanto un ogre, dalla pelle rossa come la lava, le vesti eburnee e incandescenti. 
“Credo sia il momento in cui tu conceda, cugino.” Disse Ludwig togliendosi della terra e dell’erba dallo scudo. “Ma so che sei un tipo orgoglioso. Ti aiuto io.”

martedì 14 aprile 2026

La Resa dei Conti, parte 1


Non era il primo duello a cui Florin Raducioiu assisteva. Che fossero due cavalieri durante un torneo per i favori di una dama o due gaglioffi che avevano alzato troppo il gomito, e la presunzione, in una delle tante tavernacce del Mondo Conosciuto, non sarebbero bastate le sue dita e quelle dei suoi compagni per contare le volte che si era trovato di fronte a due persone pronte a darsela di santa ragione. Ma anche con tutta questa esperienza, o forse proprio in virtù di essa, il bardo darine si rendeva conto di trovarsi davanti ad uno scontro più unico che raro. Davanti a lui, stavano muovendo i primi passi circolari, studiandosi, il da poco re di Karameikos, Stefano, e il famigerato ex-barone dell’Aquila Nera, Ludwig Hendriks. 
La storia tra i due, nel regno, la conoscevano anche i sassi. Ludwig, come altri nobili thyatiani, seguì il cugino Stefano quando questi scambiò il suo ducato ancestrale per una terra da poter plasmare in autonomia. Per più di tre decenni Von Hendriks governò con pugno di ferro la sua baronia. Alla capitale, e a Stefano, arrivavano spesso voci inquietanti, ma l’allora duca era restio ad accusare il cugino. Le sue rare visite non rilevavano altro che un territorio pericoloso e difficile da governare, infestato da banditi e goblinoidi. Fu durante i recenti eventi della guerra del Gran Demone che venne fuori la verità su Von Hendriks. Il barone era in combutta da anni con l’Anello di Ferro, un’efferata organizzazione di schiavisti e impiegava le tribù goblinoidi come squadre punitive. Von Hendriks bramava terra, potere e gloria a scapito di chiunque, ma soprattutto del cugino. Quando l’ordine venne ristabilito a Karameikos, ormai smascherato, Ludwig fuggì per evitare la giustizia dell’allora duca. Ed ora eccolo qua, arruolato come generale dall’esercito del Sovrano a minacciare una volta ancora il regno, questa volta dall’esterno.
Dato tutto ciò Florin non poté fare a meno di pensare che questo duello fosse l’inevitabile conseguenza di tutti quegli eventi. L’ultima tessera di domino di una lunga fila. Un destino scolpito nelle sale empiree, che forse nemmeno gli immortali potevano cambiare. E sì che lui e i suoi compagni ci avevano provato a tenere Stefano fuori da tutto ciò. L’invasione huleana era già un enorme problema senza doverci aggiungere perdere uno dei sovrani dell’alleanza a difesa di Darokin. Ma Aleksiev l’aveva detto subito: “Una volta che mio padre saprà della proposta di risolvere lo stallo dalle nostre forze con un duello, non saprà dire di no”. E così fu.
Il principe… eccolo lì, a qualche metro da lui, con un piede su una roccia, a caricarsi la pippa e guardare il duello tra due suoi famigliari con il suo solito distacco. Florin sapeva che era solo una posa. Chissà quali tormenti lo affliggevano a vedere quello spettacolo. Provò a immaginarsi nella stessa situazione di Aleksiev, ma l’idea di suo padre Sandor affrontare il cugino in duello aveva qualcosa tra il comico e il grottesco. Probabilmente avrebbe liberato i cani e sarebbe andato a controllare lo spiedo. La cosa lo fece ridacchiare. Frollo accanto a lui, dall’altro lato di Aleksiev, lo notò e lo guardò per un attimo alzando il sopracciglio. Poi il mezzuomo tornò ad osservare lo scontro. Stringeva e allentava la presa sul suo fido spadino nella fodera. Frollo avrebbe voluto essere lì, al posto di Stefano. Più distanti c’erano gli altri due loro compagni. Anche loro rapiti dallo scontro. Dmitri, il druido ambasciatore, assisteva contrariato. Il volto di chi è costretto a guardare qualcosa di inevitabile e volgare. Più di tutti si era opposto, considerando la scelta di accettare il duello stupida e controproducente. Poco più avanti, il monaco ochaleano Zang Fu, sembrava impassibile, ma anche lui condivideva le idee dell’amico. Dall’altro lato del campo della contesa, insofferente, appariva l’enigmatica sacerdotessa di Bozdogan. Si poteva dire che anche la donna, nelle sue ricche vesti, non considerava quel che stava accadendo come qualcosa di auspicabile. Accanto a lei uno dei famigerati divinatori di Hule, ovviamente mascherato, e quattro cavalieri. La guardia personale di Kara Kartal, come chiamavano Von Hendriks gli huleani. I quattro, thyatiani dall’aspetto, assistevano con ghigni beffardi mentre sbuffavano facendosi aria appoggiati ai loro cavalli. Il sole estivo di mezzodì cadeva inesorabile su tutti loro. Nell’aria distorta dal calore si stagliavano a circa un quarto miglio il reggimento elfico loro alleato e il battaglione di nomadi del deserto e bugbear di Hule.
Il clangore del metallo sul metallo, risvegliò Florin, riportando la sua attenzione su i due contendenti. Stefano aveva aperto le danze. Con maggiore velocità aveva cominciato ad incalzare il cugino con una serie di fendenti. Uno, due colpi entrarono, prima che Ludwig riuscisse ad interporre lo scudo. La forza dell’impatto lo spinse indietro. 
“Ah! Dovrai fare meglio di così cugino.” fece beffardo Von Hendriks senza nemmeno badare agli squarci provocati dai fendenti di Stefano. 
Dette quindi due colpi con l’ascia allo scudo, per poi avanzare roteandola sulla propria testa. L’ascia interrompeva il proprio giro solo per essere calata sull’avversario e poi ricominciare. Ma Stefano sembrava sempre sapere dove stesse per cadere, chissà quanto per consumata esperienza e quanto per l’incantesimo di predizione di Dmitri che lo avvolgeva. Qualunque fosse il motivo, non fu sufficiente per sfuggire al feroce attacco di Ludwig. Un ultimo devastante colpo andò a segno, lasciando una visibile ferita sul fianco del re. 
“Cosa ne pensi di questo dono del Sovrano, Stefano? L’ascia non è la mia arma preferita, ma questa è incantata in modo particolare.”
Stefano ebbe un attimo di sbandamento. Sembrò cedere sul ginocchio, al che Von Hendriks avanzò con l’intento di affondare un altro colpo. Il re invece si raddrizzò spazzando con un movimento circolare dello scudo l’arma del nemico, per poi lanciare una serie di fendenti al suo torso. Uno di questi s’infilò in una delle giunture della cotta. L’antica lama di famiglia strappò un grido a Von Hendriks e si ritrasse colorata del suo sangue.
“Preferisco la mia spada, che non è la mancia di nessuno.” disse Stefano. La voce leggermente affannata. La frase ebbe apparentemente maggiore effetto delle ferite su Von Hendriks. Si lanciò in avanti, con tutto il suo peso, con un urlo roco. 
“Mancia? Mancia!?” disse infuriato. “Tu, che hai sempre avuto tutto servito su un piatto d’argento! Tu sempre pronto a mettermi in ombra!”. Adesso i colpi con l’ascia venivano portati in ampie arcate verticali davanti al proprio corpo. Ancora una volta Stefano le evase o deflesse, questa volta tutte. 
I duellanti si scambiarono colpi per altri lunghi minuti. Stefano andava a segno molte più volte dell’avversario, ma i suoi colpi davano stranamente l’impressione di essere meno efficaci, mentre quelli di Von Hendriks, per pochi che passassero, lasciavano segni inequivocabili sulla splendida armatura del Re. L’ultimo fu un feroce fendente dall’alto che aprì un visibile squarcio sulla spalla di Stefano. 
A quel punto, il re di Karameikos indietreggiò per mettere distanza tra lui e Von Hendriks, il quale ne approfittò subito per insultarlo. Frollo evidentemente doveva aver colto lo sguardo preoccupato di Florin perché, senza distogliere gli occhi dal duello, si prodigò di dirgli: “Non sta fuggendo. Sta cercando spazio.” Come se avesse aspettato le parole dell’hin per muoversi, Stefano scattò in avanti e piazzò una serie di fendenti precisi, uno dietro l’altro. Poi quando proprio sembrava che la manovra fosse conclusa, dopo una pausa più breve di un respiro, ne infilò altri ancora. Von Hendriks barcollò all’indietro. Lo scudo e l’ascia lanciati in avanti nel tentativo di bloccare gli attacchi, ma era evidente che aveva perso completamente il tempo. Ogni fendente andò a segnò. Alcuni al punto da vedere pollici di lama sparire nel corpo di Ludwig. Quando Stefano si ritrasse, spinto indietro da un ultimo disperato colpo di scudo, Kara Kartal sembrava reggersi in piedi per miracolo. 
Tuttavia, l’impressione svanì subito. Von Hendriks si raddrizzò e riprese la propria postura di combattimento. “Non è ancora sufficiente, cugino. I tuoi colpi non mi fanno nulla! Mentre i miei…”
Con una carica si portò addosso al re. Questa volta l’ascia viaggiò dal basso verso l’alto. Il rumore metallico risuonò talmente forte che venne probabilmente udito anche dai soldati a distanza. Stefano evitò per miracolo altri due colpi simili, ma ora una grossa ammaccatura diagonale decorava il pettorale della sua armatura. Il cosciale era imbrattato di sangue fresco. 
“Mentre i miei, non solo sono letali. Ma ognuno mi regala un po’ della forza che ti toglie.” concluse Von Hendriks. Ogni parola scandita con perfidia. 
Stefano non profferì risposta. Guardava il cugino dalla fessura dell’elmo. La postura tradiva il dispendio di energie che stava presentando il conto al sovrano di Karameikos. Sembrò volgere l’elmo verso la posizione di Florin e dei suoi compagni. Il re strinse visibilmente con più forza l’elsa della spada e la batté sullo scudo.  
Florin non ne aveva la certezza, ma gli sembrava che sotto quel metallo Stefano stesse sogghignando.


sabato 28 marzo 2026

Luln’s Burning (Karameikos in Fiamme, parte 2)

 

Data di gioco: 16 Yarthmont [5] 1003 DI - 20 Yarthmont [5] 1003 DI
Data reale: Agosto 2013 - Marzo 2014 
Fonte: creazione del GM
Formazioni: 6.1
Antefatto: approfittando dell’instabilità nel granducato, il barone dell’Aquila Nera, Ludwig Von Hendriks, decide di attaccare Luln per allargare i confini della propria baronia e soggiogarla definitivamente.
Motivazione: soccorrere il loro compagno Martius, su cui grava ferale una profezia dell’immortale Kagyar, come riportato dal nano Dwalic. Martius è coinvolto nella difesa della città, poiché, come anche Frollo, ne è stato a lungo sostenitore contro le aggressioni di Von Hendriks.
Svolgimento: i nostri eroi ripercorrono a ritroso la strada compiuta solo qualche giorno prima, cercando di giungere a Luln il prima possibile. Fanno nuovamente una serena tappa dai Meridion a Varna, ripassano per Krakatos, dove nella notte hanno inquietanti sensazioni che decidono di non indagare eccessivamente, e aggirano i controlli della guardia Phorsis intorno a Specularum grazie al sapiente uso del teletrasporto. Ma è sulla strada occidentale, a metà strada tra la capitale e Luln che avviene un incontro che rimarrà nella mitologia del gruppo quasi quanto la battaglia prossima ventura. 
Il gruppo decide di fermarsi per la notte ad una locanda sul ciglio della strada, circondata dalla foresta, chiamata “La Volpe Notturna”. Tuttavia, non molto dopo il loro arrivo, alla locanda giunge una pattuglia di cavalieri della fazione ortodossa dell’Ordine del Grifone. Gli ortodossi pescano il gruppo con il sorcio in bocca, intenti a terminare la cena, eccetto per Massimo, che si era già recato agli alloggi al piano superiore. Il paladino nota la situazione e decide di guadagnare un vantaggio tattico dileguandosi per poi uscire dalla finestra. Nel frattempo, tra i suoi compagni e i cavalieri ortodossi scatta un inevitabile alterco che finisce malissimo per i secondi. I nostri eroi, forse troppo frustrati, non hanno pietà e li uccidono tutti, compreso un ultimo cavaliere che vista la mala parata si era inginocchiato a pregare. Quindi, corrono fuori dalla locanda per cercare di allontanarsi il più velocemente possibile e arrivati alle stalle si trovano di fronte una scena grottesca: Massimo completamente imbrattato di sangue dalla testa ai piedi. Cosa era successo mentre loro sterminavano confratelli del paladino sulla cattiva strada? Massimo aveva guadagnato il piano terra dall’esterno non senza una certa difficoltà - come tanti altri paladini, anche lui non aveva una gran agilità e aveva invece una gran quantità di metallo addosso - e aveva subito messo in moto le meningi cercando, beato candore, un modo per fuggire senza doversi confrontarsi con i propri confratelli. Era quindi andato alla stalle con l’intenzione di liberare i cavalli degli ortodossi. Ma lì gli sorse un dubbio: potrebbero comunque recuperarli? E allora per non lasciare niente al caso, dati tempi bui, di santa pazienza si era messo a passare a fil di spada tutte le cavalcature degli avversari. Il truculento quanto purtroppo inutile episodio è passato quindi alla storia come “Il giorno dell’olocausto equino” ed è considerato la conclamazione di un conflitto sotterraneo tra cavalli e PG che correva dall’alba del gruppo.
Con la doppia motivazione di arrivare il prima possibile a Luln e lasciarsi alle spalle in più fretta possibile il massacro della locanda, il gruppo parte alle prime luci dell’alba, giungendo alla città all’imbrunire. Hanno solo il tempo di riunirsi brevemente con Martius, Lady Sasha e compagnia, che le forze dell’Aquila Nera sono già prossime alla città e si prevede attaccheranno la notte stessa, approfittando dei loro numerosi plotoni di umanoidi. 
La previsione si rivela azzeccatissima. Appena le ultime luci si spengono dietro l’orizzonte e l’oscurità piomba sulla città, orde di goblinoidi scendono dalle vicine colline infrangendosi contro le mura della città. Le difese sembrano tenere e ci si chiede speranzosi se forse l’arroganza di Von Hendriks l’abbia spinto a sottovalutare il valore dei lulniti, quando esplode la tragedia. Ed esplode letteralmente, perchè mentre il gruppo e i loro alleati erano sulle mura ad osservare l’assalto nemico in attesa di agire, Martius viene colpito da una palla di fuoco che lo sbalza all’esterno. Il responsabile è nientepopodimeno che Bargle l’infame che si rivela a cavallo di una scopa volante dall’invisibilità che lo celava per poi svignarsela. La sorpresa e la rabbia lasciano posto all’azione. Aleksiev con la magia si lancia alla ricerca del corpo del vecchio amico. Quando lo individua però si trova ad assistere ad una strana scena: uno sconosciuto incappucciato, abbigliato con una tunica cangiante di chiara fattura alphatiana, è chino sopra il corpo del sacerdote, inondandolo di azzurrina luce esoterica con una gemma. Lo sconosciuto appena resosi conto di essere osservato, ripone la gemma e scompare, come se s’infilasse in una fessura nella realtà. Aleksiev viene raggiunto da Massimo, ovviamente in ansia per la sorte del fratello, e i due a loro volta vengono scovati da una squadra di scagnozzi di alto rango di Von Hendriks. Ne scaturisce un inevitabile scontro, mentre sullo sfondo continua l’assalto alle mura cittadine, al quale uno dopo l’altro giungono tutti i membri del gruppo mancanti. Riescono ad avere la meglio della squadra della baronia, tanto da catturarne due (il mago Pamphilion e il nano Ored Forteruggito. Potere dei resoconti digitali!). Con la ritrovata libertà di azione, Florin tenta di resuscitare Martius tramite Occhio del Vortice, ma la spada va in confusione. Sembra perdersi, sconnessa, nei pensieri. 
C’è ancora tutta una battaglia da combattere, perciò il gruppo rientra in città dividendosi: Aleksiev e Massimo vanno a consegnare il corpo esanime di Martius in mani sacerdotali, mentre gli altri sfruttano la magia geomantica di Dwalic, portandosi dietro l’altro nano ostaggio. Il mago non è stato abbastanza convincente con Aleksiev che l’ha arso vivo con un incantesimo. Il sempre ligio Frollo si incarica di portare in cella Ored, scelta che si rivela fortuita perché al palazzo del borgomastro incappa in un gruppo di goblin assassini infiltrati sul punto di uccidere Lady Sasha. L’intervento dell’halfling salva Lady Sasha, tuttavia ferita e bisognosa di assistenza. Frollo se la cavallerescamente incolla in cerca di soccorso, il quale si presenta nell'incontro con Florin. Questa volta Occhio del Vortice non ha tentennamenti e stabilizza la donna. Il sospiro di sollievo dei due viene subito strozzato da un grande boato nelle vicinanze. Uno dei cancelli principali della città ha ceduto e la cavalleria dell’Aquila Nera sta già incominciando ad entrare alla carica. Fortunatamente arrivano gli altri PG e tutti insieme riescono a respingere i cavalieri e a chiudere la breccia con un’astuta combo di tradizionale violenza, palla di fuoco a pulire e muro di pietra a sbarrare l’apertura. 
In quell’istante, i più accorti del gruppo, con la coda dell’occhio, beccano Bargle aggirarsi su uno dei tetti vicini. Dwalic lo raggiunge con un balzo prodigioso e gli fa saltare di mano la scopa volante prima che la possa usare per fuggire. Aleksiev, fiutando l’epica kill, si teletrasporta sul tetto, ma Bargle, che è infame ma mica scemo, si tramuta in nube gassosa e fugge attraversando le assi di legno del pavimento. Il principe si consola requisendo la scopa volante dell’avversario che usa subito per una ricognizione aerea della situazione. La sua palla di fuoco di prima ha fatto scempio anche fuori le mura dei cavalieri e delle loro cavalcature, mentre dentro i suoi compagni stanno finendo i pochi entrati e, anche questa volta, le rispettive cavalcature (la guerra è primariamente contro il mondo equino. Poi viene il resto).
Il gruppo ha un breve consiglio di guerra e decide che il modo migliore per sfruttare le loro caratteristiche sia colpire direttamente l’accampamento dell’Aquila Nera. Il capitano della milizia di Luln approva e benedice il piano. Escono di nuovo dalla città e si avvicinano furtivamente con un misto di abilità e magia, che purtroppo non risulta sufficiente per la percezione notturna degli orchetti. Saltato il fattore sorpresa, parte ciò per cui il gruppo eccelle: la caciara a fare più danno possibile. L'accampamento e i suoi occupanti vengono attaccati con tutto il potenziale offensivo a disposizione dei nostri eroi. Lo scontro risulta sospettosamente breve, così come le forze a difesa dell’accampamento sospettosamente poco numerose. Esplorano l’accampamento palmo a palmo, trovando anche la tenda personale di Von Hendriks, camuffata in mezzo a quelle normali. Nessuna traccia del viscido barone, purtroppo. Non rinvenendo nient’altro di rilevante, danno alle fiamme l’accampamento nemico e rientrano in città.
Un’amara realtà li attende. Le guardie all’accampamento erano poche, perché il grosso delle forze della baronia era impegnato in un attacco a sorpresa, risultato decisamente efficace. Era stata aperta una breccia nelle mura e cavalieri, soldati e goblinoidi nemici ormai sciamavano dovunque. La battaglia era di fatto conclusa, e Luln aveva perso. Il gruppo decide di provare almeno a salvare il salvabile. Facendosi strada con le ultime energie rimaste nel mezzo della forze nemiche, già impegnate a stanare le persone casa per casa, il gruppo raggiunge il tempio dove erano stati raccolti i feriti, compresi Lady Sasha, e dove era anche custodito il corpo di Martius. Lo trovano assediato da una banda di gnoll, comandati da uno scagnozzo di Von Hendriks, che non sono riusciti a entrare nell’edificio grazie alla strenua difesa di un bizzarro straniero che combatte con un’alabarda compiendo grandi balzi ed acrobatiche evoluzioni. I nostri eroi sgominano gli gnoll e si barricano dentro al tempio. Uno stratagemma destinato a non durare, già si odono altre grida all’esterno. Viene escogitato un piano di fuga. Florin con Occhio del Vortice cura il più possibile gli indigenti per permettergli di camminare. Dwalic con la sua magia divina apre un tunnel per raggiungere l’esterno della città.
Ai primi chiarori, i fuggitivi raggiungono le colline boscose ad est della città e lì incontrano un altro centinaio di sopravvissuti, guidati da uomini della milizia. I miliziani sono sollevati dallo scoprire che Lady Sasha è ancora viva, la quale, indomita, annuncia di voler rimanere nei paraggi per organizzare una resistenza alle nefandezze di Von Hendriks. Massimo appare colpito più di altri dalla forza di volontà della donna. Dopo una discussione con Lady Sasha, si rivolge ad Aleksiev e gli chiede rilasciarlo dall'obbligo preso col padre di proteggerlo. Per onorare il fratello, intende farsi carico del futuro di Luln, prendendo il comando militare della Resistenza. E così, privi di un compagno, e con una cocente sconfitta sulle spalle, i restanti membri del gruppo valutano il da farsi. 



venerdì 13 febbraio 2026

Mystara News: Estate 1006DI

Le Forze del Sovrano dilagano a Darokin

Settimane dopo l’evento passato alla storia come la Cavalcata Glaciale dei nomadi huleani, che li ha portati a conquistare Akorros e ad aggirare tutte le difese della repubblica mercantile, la situazione a Darokin rimane molto grave. La distruzione da parte degli Eroi di Karameikos di metà della flotta di navi volanti che, ora è noto, spargevano la temibile bufera rossa, è risultata essere solo una vittoria marginale. Le forze del Sovrano hanno rapidamente raggiunto e assediato la capitale della repubblica. Tuttavia solo parte delle armate huleane è impegnata nell’assedio. Le restanti forze si sono sparse per il territorio darokiniano, intercettando e limitando le armate della repubblica e i suoi alleati, che non si aspettavano di dover combattere il nemico direttamente al centro della loro nazione. Nei regni alleati di Darokin la chiamata alle armi della popolazione procede a pieno ritmo - eccetto per i principati di Glantri, arroccati in attesa di Alphatia - anche se data la situazione sul campo è difficile valutare quanto queste forze saranno in grado di sciogliere gli stalli creati dagli huleani. Le autorità della repubblica hanno dichiarato che la capitale ha le risorse per resistere per mesi all’assedio, ma dopo la debacle del lago Amsorak la credibilità del consiglio interno è bassissima e il malcontento serpeggia tra la popolazione. Raccoglie sempre più consensi, invece, il culto del veggente Clynes, un immortale i cui fedeli affermano avesse previsto la Cavalcata Glaciale e le cui previsioni sarebbero ora tenute in gran considerazione dai vertici militari della repubblica. 

Un nuovo vecchio regno

L’arciduca Stefano Karameikos III ha annunciato che d’ora innanzi il suo possedimento sarà noto come Regno di Karameikos e lui come re Stefano I. Il granducato era di fatto indipendente sin dalla sua fondazione, benché mantenesse una parvenza di vassallaggio e forti legami con l’impero di Thyatis. All’annuncio è seguita la rivelazione che Karameikos ha stipulato un trattato con l’impero di Alphatia. Nel documento Alphatia riconosce il nuovo regno e si impegna a collaborare per la creazione di un’accademia arcana, mentre Karameikos garantisce la propria neutralità nell’attuale guerra tra gli imperi. La notizia ha subito gettato scompiglio nel Mondo Conosciuto. Nell’impero di Thyatis non sono pervenute dichiarazioni da parte di Thincol I, tuttavia più di una voce ha gridato al tradimento nei confronti di Stefano e auspicato che venga catturato e lanciato in pasto alle belve del Colosseo. Per molti saggi e sapienti, benché totalmente inaspettata, la mossa dell’ex-duca va in parte ricercata ovviamente nell’enorme minaccia posta dall’invasione huleana nella vicina Darokin.

Incidenti mostruosi a Glantri

I principati di Glantri sono stati colpiti da numerosi attacchi di mostri, aberrazioni e belve feroci. Gli incidenti hanno coinvolto tutto il territorio dei principati, in località secondarie e nelle campagne. Gli attacchi hanno provocato decine di vittime, ma soprattutto causato danni ingenti per centinaia di migliaia di ducati. L’intervento dei soldati dei principati e delle varie guardie locali è stato considerato tardivo, benché siano stati strumentali all’abbattimento di quasi tutti i mostri. Il principe Jaggar Von Drachenfels, comandante dell’esercito glantriano, ha respinto le accuse. A suo dire la posizione degli incidenti, tutti in luoghi al limite dall’azione di sorveglianza dei militari, indica una mano intelligente, probabilmente terroristi al soldo Alphatia. E’ stato poi annunciato che verrà istituita una squadra anti-mostri per ogni principato per evitare il ripetersi di simili avvenimenti.

I draghi contro i cavalieri heldannici

Voci insistenti nel nord riportano che i draghi delle montagne Zanne di Dragone abbiano deciso di contrastare la sempre maggiore presenza dell’ordine dei cavalieri heldannici nella zona. Le Zanne di Dragone sono un imponente catena montuosa che percorre la quasi totalità del Norwold pressappoco da sud a nord. La zona è nominalmente parte del regno del Norwold, ma da tempo immemore vi vivono centinaia di draghi che non hanno mai riconosciuto le rivendicazioni di Re Ericall. I draghi di fatto gestiscono tutto il territorio comprendente la parte meridionale della catena montuosa in modo molto lasco, ma riscuotendo tasse, emettendo conio e con un esercito di alcune migliaia di soldati umani. Sembrerebbero anche avere un loro re e qualche tipo di organo decisionale collettivo. E’ invece noto che nel tempo questo regno ufficioso ha stretto alleanze con i nani di Casa di Roccia e l’impero di Thyatis. Per questo è notevole l’opposizione contro i cavalieri heldannici che al momento combattono dalla stessa parte dei thyatiani.

venerdì 7 novembre 2025

Mystara News: Primavera 1006DI

 

I Nomadi del Deserto invadono Darokin
Con un attacco a sorpresa le forze del Sovrano hanno raggiunto e conquistato Akesoli in quella che è stata narrato dai fuggiaschi come uno scontro a senso unico. Le guarnigioni di Hule si sono avvicinate rapidamente protette da una innaturale bufera di sabbia rossa, in modo del tutto analogo a quello che fu riportato l’anno scorso, quando espugnarono la capitale di Sind. 
Il Cancelliere Corwyn Mauntea ha reagito dichiarando lo stato di guerra e indicendo una conferenza a Darokin City a cui sono stati invitati a partecipare tutti i reggenti dei regni vicini. Molte delle gilde e casate commerciali della repubblica si sono affrettate a rassicurare i propri committenti, dichiarando piena fiducia nella sicura e vittoriosa reazione dell’esercito della repubblica, a fronte delle visibili ripercussioni dell’invasione sul commercio.

Alphatia avanza sull’Isola dell’Alba
I primi movimenti della guerra vedono l’impero alphatiano procedere senza intoppi sull’isola dell’Alba. Le difese thyatiane non sembrano essere all’altezza della loro secolare reputazione. In poche settimane gli alphatiani hanno aggirato la fortezza di Kendach e il torrione Rondapantano, per poi conquistare agevolmente Porto dell’Ovest. Poco dopo sono state espugnate anche le due altre due fortificazioni.
Alphatia è meno fortunata nei mari e nei cieli. Il provvido intervento di alleati e alcune tattiche dell’ultimo minuto hanno salvato la marina imperiale thyatiana, strategicamente spiazzata, dall’essere messa in rotta, impedendo così agli alphatiani di superare sia a sud che a nord l’isola dell’Alba.
Le navi volanti alphatiane, impiegate in numero modesto a causa dell’incendio di Aasla dell’anno scorso, non sono riuscite ad imporre la propria superiorità contro la Flotta Retebius, che tuttavia non è stato in grado di impedire i successi terrestri degli alphatiani.

Casa di Roccia interviene ad Ethengar
Migliaia di nani in assetto da battaglia hanno attraversato la valle Styrdal e raggiunto le steppe di Ethengar, ingaggiando dove possibile l’orda che da mesi sta mettendo a ferro e fuoco il regno del Khan. Re Everast XV ha presumibilmente ordinato l’intervento del contingente, chiamato Forza Nanica di Spedizione, per mettere un freno alla piaga umanoide. Non risulta che tale azione sia dovuta ad un qualche tipo di patto o alleanza tra Casa di Roccia e il Khan. 

L’ordine dei cavalieri Heldannici alla conquista dell’estremo nord
I Cavalieri Heldannici, fedeli ai dettami di Vanya, sembrano essere perfettamente a loro agio in questo nuovo mondo in guerra. L’ordine religioso non ha perso tempo, ha ingaggiato la marina alphatiana nello stretto di Helskir e si è subito proiettato oltre i propri confini verso il Norwold. A farne le spese è stata la città di Approdo, subito arresasi all’arrivo delle forze heldanniche. L’ordine puntava a catturare il governatore Lernal, fratello minore del re del Norwold e figlio dell’imperatrice Eriadna, ma è risultato irreperibile, forse fuggito dalla città anzitempo.
I cavalieri sono anche impegnati a portare sotto il proprio controllo tutta la regione meridionale del Norwold che rivendicano come naturale parte del proprio territorio. Voci riportano che le forze locali stiano abbandonano i villaggi per rifugiarsi tra le montagne e i boschi e continuare da lì a resistere agli invasori.

martedì 4 novembre 2025

Il Diamante d'Occidente

 

“Sicura di non voler provare?” Aronos la osservava attraverso la botola dall’alto del piano superiore, il suo sguardo tra lo speranzoso e il canzonatorio.
“Per l’ennesima volta, grazie, ma no, grazie” rispose Kara, cercando di non perdere il conto di quali missive avesse registrato e quali no. “Quella roba non fa per me. Mi fa solo tossire.”
“Sono errori da novizio” rincarò lui. “Poi è solo aroma”,  disse sbuffando alcuni cerchi fumosi nel tentativo di impressionarla, tuttavia ignorando lei non potesse vederli dalla sua posizione. “Dico solo che è una bella giornata. Dovresti rilassarti un po’. Oggi la brezza porta pure l’odore del lago.”
Quella osservazione fece sorgere un sorriso sardonico sul volto di Kara. “Odore? Di che? Di melma?”
“Ehi!” rispose risentito Aronos. “Porta rispetto al grande lago. Sei sempre ospite del diamante d’occidente”.
Kara emise una mezza risata. “Sono stata a Port Tenobar e ad Athenos. Il mare è un’altra cosa. Ma sì, Akesoli ha il suo fascino.” gli concesse.
Aronos rimuginò un po’ sulla risposta. Evidentemente soddisfatto, spostò il discorso. “Avrai visto un sacco di posti grazie al tuo incarico…”
“Mah…” rispose lei, spostando carte e senza nemmeno alzare la testa. “Sono stata in quasi tutto il meridione, terre di confine comprese.”
“Deve essere eccitante”.
“Fare il corriere militare? Stai sempre col culo sul cavallo. Ti fermi pochissimo, spesso in fortilizi sperduti e stai sempre a litigare coi registri. Dal mio punto di vista stare nella guardia cittadina ha i suoi vantaggi. Ma che vuoi fare? Questo passa Asterius”.
“Oh, beh. Noi ramaioli dobbiam tutti far gavetta.” concluse Aronos. Alzò quindi lo sguardo e andò ad affacciarsi al parapetto della torre, stringendo gli occhi per mettere meglio a fuoco. “Forse questa la vuoi vedere. Mi sa che sta arrivando una tormenta da ovest.”
“Ah, sì? Interessante” rispose lei, la sua concentrazione altrove, tra i timbri. Avrebbe anche potuto dirgli che c’era un drago che cantava l’opera.
“E com’è scura. Non capisco se sia un temporale. A volte sul lago se ne fanno così.” Rimuginava Aronos, sempre con un tono di voce abbastanza alto da coinvolgerla.
Fu in quel momento che qualcosa scattò nel retro della testa di Kara. Una stranezza. “Aronos, la tormenta sta arrivando da ovest, giusto?”
“Sì?”
“Ma non avevi detto che c’era brezza dal lago, dalla parte opposta?”
“Sì, la sento pure adesso. Ma che vuol di-”.
La voce della giovane guardia venne interrotta da un boato seguito da un feroce ululare. La tempesta era già su di loro. Kara ebbe un sussulto. Guardò su, verso la botola e vide che la luce aveva ora una bizzarra tonalità cremisi.
“Aronos, forse è meglio che scendi.” gridò Kara verso l’alto, sperando di riuscire a sovrastare il furore del vento. Non ricevendo risposta, mise una mano sulla scala a pioli, e provò di nuovo. “Aronos? Aronos!? ARO-” Una forma piombò giù dalla botola, sfiorandola quel tanto che bastava per farla indietreggiare d’istinto, e colpì il pavimento con un tonfo sordo. Kara ebbe un momento di confusione, prima di essere investita dall’orrida realtà. Ai suoi piedi, investito dall’anomala luce che filtrava dalle finestre, giaceva Aronos. Il suo corpo pieno di ferite e abrasioni, le sue vesti lacerate e ricoperte di sabbia rossa, i suoi occhi privi di vita.
“Cazzo cazzo cazzo cazzo cazzo!” disse di getto mentre si lanciava giù dalle scale, in cerca di qualche superiore. Scese piano dopo piano, nella speranza di trovare un senso a ciò che era appena accaduto.
Alla base della torre la situazione era di puro allarme. Una mezza dozzina di guardie stava prendendo stocchi e picche dalle rastrelliere, o allacciandosi i corpetti di cuoio, sotto le urla del sergente di guardia. Kara gli si parò di fronte. “Che succede? La guardia su…”. 
Il sergente con una faccia che sembrava tagliata nella pietra le rispose lapidario “Succede che la città è sotto attacco. Hai un’arma, ragazza? Sai combattere?” Kara annuì ancora stordita dagli eventi. Una mano sull’elsa del suo stocco. “Bene” fece il sergente. “Una spada in più fa sempre comodo.” 
“Un momento. La sabbia della tempesta… è letale.” ammonì Kara.
“Qualunque sortilegio stiano usando non arriva fino alla strada” la rassicurò il sergente, indicandogli l’uscio della torre dove già si vedevano le guardie che andavano a disporsi dietro la pesante porta di legno rinforzato. 
Kara sgattaiolò fuori guardinga. In cielo la tormenta continuava. Da una certa altezza, intorno al terzo piano dei palazzi, ingolfava tutto di sabbia rossa mulinante. Si dette un’occhiata intorno. Per la strada la gente andava a rintanarsi nei palazzi. Alcuni commercianti stavano tirando dentro le merci in fretta e furia, mentre i più pavidi, o i più accorti, si erano dileguati lasciando i banchi così com’erano. Kara, si posizionò vicino all’angolo con un vicolo e sguainò il suo stocco mentre alcuni metri avanti a lei, le guardie si stavano disponendo intorno alla porta. Le sommità delle torri non erano disponibili, sferzate dalla tagliente bufera, bisognava trovare altri modi per combattere i misteriosi nemici. Fu a quel punto che la porta esplose. Non come una palla di fuoco, che Kara aveva visto dal vivo almeno un paio di volte, ma come cede qualcosa colpito da una mazza. Pezzi di legno saltarono tutt’intorno, come lo sbocciare di un fiore di schegge. Qualcosa, grande come due carri, emerse da quel fiore. Le sue grandi ruote grigie facevano il rumore delle macine di un mulino. Travolse e sbalzò via le guardie come se nemmeno ci fossero. Passò molto vicino a Kara. Lo spostamento d’aria la buttò a terra, facendogli battere la testa. 
“Alzati, Kara. Alzati.” disse a sé stessa e si rimise in piedi, una mano sull’angolo dell’edificio e un’altra a toccarsi la nuca, sentendo l’umido del suo sangue. Qualunque cosa fosse quell’affare, stava ora tirando dritto per la strada principale. Kara non ebbe nemmeno il tempo di vedere se ci fossero superstiti tra le guardie. Un incessante e preponderante rumore di zoccoli al galoppo invase l’area. Ebbe l’accortezza di schiacciarsi sulla parete dell’edificio, coperta dall’angolo. Uno, due, quattro, dieci, decine. Coperti di neri vesti. Scimitarre sguainate. Predoni.
“Ai demoni tutto.” pensò. “Devo andar via di qui”. Raccolse lo stocco e s'inoltrò nel vicolo. Lì i cavalli non potevano entrare. 
La porta sud, dove aveva lasciato il suo destriero era a circa un miglio di distanza. Non c’era niente di certo. Per quanto ne sapesse, poteva già essere caduta anche quella. Ma non aveva scelta, poteva solo andare avanti. Si tenne nelle strade più strette fintanto che poteva, cercando di orientarsi alla buona in una città che conosceva poco. Fortunatamente in giro non c’era nessuno. O almeno così pensava. Un uomo, con uno scrigno in braccio era stato fermato da due bugbear. “Anche questi mostri?” pensò Kara, trattenendo lo schifo e cercando di non farsi vedere. I due rozzi umanoidi dai grandi occhi sembravano soli. Uno dei due spinse l’uomo a terra. Lo scrigno carambolò a terra, aprendosi e spargendo daro d’oro. Kara non aveva nessuna voglia di fare l’eroina, ma erano proprio in mezzo. I bugbear sembravano incantati dalla cornucopia di denari. L’uomo a carponi la vide e incrociò il suo sguardo. Kara gli fece un cenno e, sperando che capisse, balzo fuori brandendo lo stocco con due mani, come un pugnale, e trapassando la gola del bugbear più vicino. Il suo ghigno di trionfo si spense subito: lo stocco era rimasto incastrato nel collo dell'umanoide. L’altro umanoide, senza un minimo di esitazione, si girò verso di lei, alzando la pesante ascia. E poi, con un guaito, si accasciò.
L’uomo aveva capito, e gli aveva reciso entrambi i tendini con una daga. Kara mise un piede sul petto del suo bugbear, fece forza, estrasse lo stocco e lo usò per finire l’altro.
“Grazie per l’aiuto. Credevo di essere spacciato.” disse l’uomo, ancora a terra, rastrellando monete con entrambe le braccia.
“Sto andando alla porta sud. Sai com’è la situazione?” lo interrogò Kara.
“No, non lo so. Io vado al porto.” L’uomo si ritenne soddisfatto della sua opera di recupero, raddrizzò lo scrigno e lo chiuse.
Kara voleva dire quanto le sembrasse assurdo imbarcarsi con una tormenta in corso, ma valutò di aver fatto abbastanza per guadagnarsi l’arcadia. 
Si fece confermare dall'uomo la direzione per la porta e lo lasciò allontanarsi con le sue ricchezze. “Un aureo?” pensò. “No, avrebbe avuto le sue guardie. Probabilmente solo un argentiere senza il senso del pericolo”. Senza perdere altro tempo, scattò verso la sicurezza dei vicoli.
Quando giunse alla porta sud tirò un sospiro di sollievo. La porta era ancora presidiata dalle guardie cittadine. Delle rudimentali barricate erano state erette usando carri e banchi di legno, indice che era chiaro che il nemico sarebbe arrivato anche dall’interno della città. 
La riconobbero quasi subito. D’altronde era la fortificazione da cui aveva iniziato il suo giro. Il suo destriero, le dissero, era ancora lì, sano, salvo e rifocillato. Stavano per portarla alla stalle quando fu raggiunta da un uomo in alta uniforme. Il capitano delle guardie! 
“Signore!” disse ritrovando tutta la forma militare. 
“Soldato, sta lasciando la città?” gli fece lui perentorio.
Kara venne colta da improvviso imbarazzo. “Stava abbandonando la sua gente al loro destino invece di aiutarli?”. Non riuscì a proseguire col suo pensiero. Si udì un sibilo, uno schiocco, e una guardia poco distante da loro si accasciò. Un altro sibilo, un altro schiocco. Questa volta una freccia si appuntò su una delle barricate. Altri sibili e altri schiocchi, in crescendo, come lo scatenarsi della pioggia.
Due guardie alzarono gli scudi a protezione di Kara e del capitano, il quale li condusse più in profondità della fortificazione. Si fermarono davanti alla pesante porta, gemella di quella saltata ad ovest, aperta quel tanto che basta per fare passare una persona a cavallo. E lì, pronto e sellato, il suo destriero.
Kara capì che quello del capitano non era un rimprovero, era una speranza. 
Salì in groppa. Alle sue spalle, le guardie lottavano contro una marea montante di umanoidi. Guardò il capitano. “Signore, ma voi… la guardia…”.
“La guardia è dove deve stare”. Rispose lui. “Tu vola, ragazza. Vola! Devono sapere! Avverti tutti!”
“Tutti, signore?”
“Tutti. Le Contee, gli elfi, Glantri, Karameikos. Siamo tutti in pericolo.” e senza aggiungere altro colpì il cavallo di Kara, facendolo partire al galoppo.
Per le prime miglia non ebbe nemmeno la forza di girarsi. Quando lo fece, vide Akesoli, il diamante d'occidente, oppressa nella morsa della terribile bufera cremisi.
“Tutto l’aiuto possibile… Ma chi può fermare una cosa simile?”

(Immaginate che ci sia scritto Gruppo Storico. Ho provato con l'IA, ma mi ha portato a spasso senza frutto)